Intervento G. A. Spadaro

Signore e signori, amici,DSC01833

devo confessarvi d’aver dovuto superare molte perplessità prima di decidermi a presentare questo libro, che sin dal titolo si annuncia sibillino: Risonanze impolitiche, in cui il primo termine richiama echi che giungono da lontananze remote, mentre il secondo dà a quelle risonanze il deciso contenuto polemico implicito in questo giudizio: «Il “politico” in senso ristretto ed angusto è qualcosa che tanto nella pratica che nel concetto somiglia così poco all’esistenza concreta di un vissuto da apparire come qualcosa di logicamente astratto». Titolo sibillino dunque, da Ibis et redibis, non morieris in bello, in cui l’oracolo, sol che si sposti la virgola, può capovolgersi in: Ibis et redibis non, morieris in bello. Titolo quantomai atto ad eccitare la mia curiosità di incallito cercatore d’oro. Liberare il metallo prezioso dal magma delle incrostazioni è stato per me un compito gratificante e, se son qui a parlarne, amici, vuol dire che l’oro l’ho trovato. È questo un libro dottissimo, denso di stimoli di riflessione, che spazia su tutti i versanti dell’umana convivenza e trae profitto dalle lezioni dei filosofi antichi come dei contemporanei. Un libro, diciamolo pure, decisamente ambiguo, di quell’ambiguità che è la caratteristica principale della nostra condizione di uomini.

         L’uomo è costituzionalmente ambiguo, signori, è l’incontro, spesso conflittuale ma sempre costruttivo, di verticale e orizzontale, che è poi il significato precipuo del simbolismo della Croce. È grazie a questa sua provvidenziale ambiguità ch’egli può andare oltre l’uomo secondo l’auspicio nietzscheano. È in quest’ambiguità che Kierkegaard intravvide l’unica possibilità di salvezza per il paradosso che è l’uomo, un paradosso il cui segno è il Cristo, che soffre e muore come un uomo mentre parla e agisce come Dio. È proprio grazie a quest’ambiguità che può attuarsi la conversione auspicata dall’autore, ed Emanuele Severino spiega così questa provvidenziale ambiguità della condizione umana: «Il “Verbo” non si “fa” carne uscendo dalla purezza immacolata dello “spirito”; per la sua stessa essenza il Verbo, cioè la luce, la manifestazione dell’Essere è già da sempre presso la carne». Posizione immanentistica o quantomeno ontologistica potrebbe giudicarsi quella di Severino, invocata dall’autore a sostegno delle sue nobili aspettative, riposanti sulle antinomie della secolarizzazione: «L’epoca moderna, che era stata contrassegnata dal tramonto dell’ambito teologico-politico con il netto rifiuto di ogni trascendenza che potesse rivendicare un diritto specifico sulla sfera dell’umano potere politico, si riapre nel post-moderno con un rilancio della tematica ma in un’ottica radicalmente e totalmente trasfigurata».

Eccoci qui catapultati all’ambito propriamente impolitico della conversione, cioè al terzo e ultimo capitolo, intitolato Tra ragioni e fedi, che è poi il felice sottotitolo del libro. Il perché di un salto tanto spericolato? Perché abbiamo lasciato che l’autore sgomberasse il campo dal «senso di una politica che non si gioca più soltanto sul piano ideologico ma che, al contrario, avendo smascherato la disputa ideologica come strumentale a sistemi di potere ben definiti, ricrea i sensi possibili a partire dai vissuti e dalle esperienze di base». La conversione costituisce per l’autore «l’irrompere di una nascita», poiché, diciamolo subito, egli auspica la fuoruscita da uno stato di alienazione il cui percorso, a dire di Mario Tronti, «si è rovesciato, adesso marcia dal mondo disumano all’interno dell’uomo, come interiorizzazione di un sistema di valori materiali che formano complessivamente intesi una sola forma di dominio». L’autore, «in virtù del loro stesso incombere che offende, lacera, uccide» vede scaturirne: «un potenziale trasvalutativo che richiede impegno, tenacia, forza… purché qualcosa si muti, purché una qualsivoglia eccezionalità si opponga al circolo narcisistico che il post-moderno traveste da nuovo».

L’autore infatti fa sua l’analisi del Tronti: «le dinamicissime società occidentali sono delle società politicamente immobili. Qualsiasi processo di autoriforma assume aspetti tecnici, non politici. I sistemi sociali retti e garantiti della politica moderna non possono che coltivare e raffinare quella separatezza e autonomia della politica che sono due facce di un volto borghese bifronte». Partendo da quest’analisi spietata, l’autore prende in esame l’idea alternativa: «L’idea della rivoluzione, storicamente ormai, presuppone il cambiamento di un ordine, ma nel concreto non il cambiamento del modo di gestire l’ordine stesso; la questione del modus rilega saldamente insieme status e procedura, decisione e scelta originaria, vocazione e azione, scavando l’abisso in cui s’incaglia il sogno liberale». Cosa dedurne? «La via del confronto e della partecipazione attiva dei membri della comunità sociale tra loro, nella decisione della forma organizzativa, status di struttura, da dare alla comunità stessa, vista stavolta come progetto, rimane la più travagliata in quanto ostacolata da mille inciampi e difficoltà».

Quali sono questi inciampi? «Totalitarismi e dispotismi, che si fanno forza in nome di un potere che nasce e si autoalimenta dal creare gli argini al possibile flusso e deflusso di ogni sorta di libero movimento» risponde l’autore, che non trovando antidoti efficaci al loro formarsi e riformarsi, si chiede: «Ma le società in cui ci troviamo a vivere, il loro modello implicito ed esplicito, sono società da noi scelte nella loro forma fondamentale?» È l’autore stesso a rispondere negativamente: «Nessuna prassi istituzionalizzata, con i suoi rigidi meccanismi, può farsi portavoce di vera democrazia nel momento in cui si destituisce da sé dall’essere emanazione positiva di istanze sociali vissute realmente e radicate in un contesto». Mariani non fa sconti ai cultori di sogni: «Laddove il fondamento stesso della struttura democratica denuncia un’impostazione ideologica così fortemente accentuata, diviene un vano sognare la speranza che tale struttura possa essere realmente garante di proficuo cambiamento, di pluralismo e quindi di reale democraticità». La causa è evidente: «Se la trasformazione è più lenta rispetto all’evoluzione ed alla realtà dinamica dei bisogni, allora vuol dire che il raccordo democratico tra bisogni/credenze/esigenze del singolo ed il mondo organizzativo non è efficace e corretto».

A cosa si riduce quindi la rappresentanza che dovrebbe assicurare il raccordo democratico? «La gara ai ruoli della rappresentanza si riduce a una mera corsa al potere, con i propri sfarzi d’occasione e le proprie dichiarazioni di rito. La crisi e il crollo delle ideologie, da tale angolatura, si toccano con mano come il loro strenuo tentativo di volersi mantenere, per vie traverse, a tutti i costi in vita.» Dilaniato da così stridenti contrasti, l’autore dà una soluzione che, per essere aporetica, permette una doppia ermeneutica: «Costruire democrazia allora, a partire dal mondo reale, significa valorizzare direttamente o indirettamente le differenze che riempiono di contenuti i nostri vissuti. Valorizzare le differenze non significa, come il politico angustamente chiuso in se stesso intende, elaborare solamente teorie sul rispetto e sulla comunicazione, ma mettere in atto, ora e subito, strategie di comunione attraverso il ponte inesauribile della conoscenza».

Amici, lo confesso, è stato solo a questo punto che mi son deciso a collocare la virgola (dell’oracolo) prima e non dopo la negazione. Infatti mi chiedevo: come fa Emanuele a costruire democrazia scavandole il vuoto sotto? La rappresentanza si riduce a una corsa al potere, e i partiti? Mariani condivide il giudizio della Simone Weil: «I partiti sono organismi pubblicamente, ufficialmente costituiti in maniera tale da uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia». Le mie perplessità erano poi alimentate da ben precisi riferimenti storici. Impolitici si erano definiti personaggi di non modesta levatura, da Kierkegaard a Schopenhauer a Nietzsche a Thomas Mann delle Riflessioni d’un impolitico. Con simili referenti, mi chiedevo, come pretende Emanuele costruire democrazia? Schopenhauer è il dissacratore degli ideali proclamati da quello che è passato alla storia come il ridicolo parlamento di Francoforte. Su Nietzsche è più prudente soprassedere, ma Kierkegaard mi dà lo spunto per una rivelazione personale: a vent’anni volevo scrivere un saggio sulla inconciliabilità di democrazia e cristianesimo imperniato sull’opposizione fra sovranità popolare e sovranità di Dio, un compito a cui s’era già accinto con successo Pio IX. A mia discolpa devo dire che le elezioni del 18 aprile 1948 erano state un referendum tra il Cristo e l’Anticristo. Sì, d’accordo, la DC non era forse tagliata per quella parte, ma il PCI, credetemi, lo era per l’altra.

Come ci azzecca Kierkegaard? Ci azzecca perché, con la testa dura che mandava in bestia mio padre, feci richiedere a Brescia dalla Biblioteca di Siracusa i Diari di Kierkegaard annata 1848, dei quali vi leggo il seguente appunto: «Il principio elettivo (in cui consiste la democrazia moderna: il numero) è la fine di ogni cosa grande, nobile e santa, e, prima di tutto, del Cristianesimo. Il Cristianesimo è tutto l’opposto: formaliter perché Esso è la verità eterna e come tale è assolutamente indifferente che ci sia o non ci sia la maggioranza; realiter il Cristianesimo è tutto l’opposto perché, essendo la verità militante, suppone che in questo povero mondo la verità sia sempre in minoranza!» A Emanuele, che conosce Kierkegaard meglio di me, non chiederò conto di qualcosa la cui risposta egli ha dato in questo libro: «Il principio di democraticità non si sostanzia solamente nel principio di uguaglianza e collaborazione ma anche in quello di consapevolezza legato ad una autentica libertà di espressione data nell’originalità e nella specificità già indicanti il tesoro delle differenze».

Ebbene, amici, mettiamoci l’animo in pace: in un libro ambiguo come ambigua è l’umana condizione, come può il concetto di democrazia non essere ambiguo? Sentiamo infatti cosa ne pensava Giuseppe Toniolo, il maggior sociologo cattolico: «Nulla di più vago, di più intralciato, di più ribelle ad una forma teorica quanto questa parola democrazia» egli afferma: «Bisogna distinguere tra democrazia sociale e democrazia politica. La prima consiste in quell’ordinamento civile nel quale tutte le forze sociali, giuridiche ed economiche, nella pienezza del loro sviluppo gerarchico, cooperano proporzionalmente al bene comune rifluendo nell’ultimo risultato a prevalente vantaggio delle classi inferiori». Quello sociale sembra dunque essere il senso principale della democrazia, che per rifluire a prevalente vantaggio delle classi inferiori deve mutarsi però in democrazia politica.

A quest’operazione si accinse don Romolo Murri ponendo come punti programmatici della sua Lega Democratica Nazionale l’allargamento del suffragio e l’indennità parlamentare «affinché a rappresentare gli interessi popolari non siano solo conti, marchesi e professori d’Università». Alla fine dell’800 egli aveva imprudentemente raccolto l’appello della Rerum novarum fondando i Fasci Democratici Cristiani. Sconfessato dalla Graves de communi, che vietava di «dare un senso politico alla democrazia cristiana», egli aveva fondato la L.D.N. e nel 1906 era stato eletto deputato incorrendo nella scomunica. Ma alle elezioni del 1913, con l’allargamento del suffragio, una maggioranza di contadini analfabeti votò a favore del candidato di Dio, il conte Falconi, sostenuto dal Vescovo e dal Prefetto giolittiano, soffiando il seggio allo scomunicato Murri. Può avvenire dunque che il suffragio universale sia applicato «contro gli interessi della democrazia»? Con questo commento il Murri evidenziava il rischio di una contrapposizione fra la democrazia sociale e democrazia politica.

Rievocando quegli avvenimenti lontani, amici, ho voluto solamente richiamare l’attenzione su un fenomeno attuale: l’indennità parlamentare, istituita perché «gli interessi popolari non fossero rappresentati solo da conti, marchesi e professori d’Università», è oggi il premio di quella «gara ai ruoli della rappresentanza, una mera corsa al potere, con i propri sfarzi», sfarzi a volte scandalosi, ai quali i titolari non vogliono a nessun costo rinunciare. Ecco perché, in questa fase storica, l’autore auspica la “conversione generante” e la prepara, chiarendone i presupposti: «Una “fenomenologia” della conversione generante implica, in primo luogo, il chiarimento del rapporto tra ragione e fede declinato secondo quella pluralità adesso necessaria in virtù dello svilupparsi complesso delle trame culturali e tradizionali che solcano e calcano la scena».

Emanuele rifiuta quella «logica dualistica che già pensatori come Kierkegaard e Nietzsche, ma anche Jaspers, hanno mostrato insufficiente», per concludere con una caustica riflessione: «In parole povere, pare che il credere che il pensiero razionale poggi sulla certezza dei suoi dati si palesi come una fede che a livello epistemico vale tanto quanto quella che impone una credenza in entità superiori a partire da incertezze e inevidenze». Ragione e fede sono i due poli il cui divorzio l’autore giudica un’autentica minorazione: «Fin quando la persona è identificata con la propria capacità razionale, l’unità del “soggetto” è presto smarrita come anche il sogno della comunicazione aperta all’alterità», egli dice, e si addentra ad approfondire «quel nesso inestricabile e invisibile che lega anima, corpo e spirito in un complesso variegato e molteplice che sa dare vita alla ragione, alla fede, al gioco, anche linguistico, che ne fa da contraltare; ma come da un unico elemento vitale che si intreccia nei paradossi in una inestricabile sintesi dialettico-patetica talvolta gioiosa e felice».

Emanuele applica la gnosi paolina della tripartizione corpo, anima, spirito, purtroppo universalmente disattesa, al «sogno della comunicazione aperta» dettato dall’etica dell’incontro. «Ma come coniugare da un punto di vista pratico e strettamente concreto universalità e specificità in un mondo che a tutti i costi e per svariate ragioni e pseudoragioni non è disposto, o ancora pronto, a tale equilibrio? A prevalere è difatti per lo più l’esigenza totalitaria di una universalità livellante, forzatamente ed ipocritamente egualitaria». È a questo punto che l’autore è costretto a ribaltare il piano della sua indagine dall’orizzontale al verticale. In questo suo tentativo egli è agevolato dalle antinomie del postmoderno: «Che la ragione nel suo esercizio si trovi ad essere ridimensionata in seguito alle acquisizioni del post-moderno, è una constatazione che sicuramente apre alla possibilità di ritagliare all’interno della vita vissuta uno spazio maggiore per la fede. Al contempo l’indebolimento del pensiero, con il consequenziale smarrimento delle strutture sedicenti forti, attenua di gran lunga il divario classicamente aperto tra le due istanze».

Stimolato da questa constatazione, l’autore punta sulle prospettive aperte dalla secolarizzazione: «ed è proprio in questo complesso ma interessante orizzonte di riflessione che si muovono le analisi di Vattimo, Dotolo e Girard… In tal senso la secolarizzazione non è un semplice decadere del religioso ma il suo potenziale superamento in una forma maggiormente in contatto con i tempi e con la libera scelta del singolo». Ecco che  «La teologia rientra così in campo politico rivendicando la centralità del fatto religioso ma da una prospettiva ampia orientata all’umano, al dialogo e all’interazione arricchente tra le differenze. Essa trae spunto da una riappropriazione, dal momento che la fede si svincola dai classici canoni istituzionali per rinascere sotto le vesti della coscienza critica soggettiva».

Ciò non può non rivelarsi una pia illusione, perché «se uno dei sensi più cogenti dell’episteme è quello di portare a chiarezza il fatto, porgere alla luce dell’intelligenza la sua struttura e realtà, quello delle autorità spirituali sembra un volere oscurare tutto quello che paia allontanarsi dai dettami dell’ordine costituito. E tanto più lo scienziato aspira alla chiarezza assoluta, tanto più l’autorità religiosa si sente in dovere di stigmatizzare tale pretesa asetticità scientifica». E dunque, il cane si morde la coda? Io, amici, ho forse abusato del tempo concessomi ed è bene che lasci all’autore di trarre le conclusioni. Se posso avanzare un’ipotesi, fondata però sulle parole dell’autore medesimo, questo libro, e spero di non suscitare lo sdegno di qualche evoliano di stretta osservanza, questo libro, ed è per me l’elogio più alto, si pone sulla stessa linea di Cavalcare la tigre. Come interpretare infatti queste fatidiche parole: «Ritrarre a proprio vantaggio, recuperare ciò che è possibile, abbandono fiducioso e riscoperta anticipata nell’aprire il luogo lungo il quale si dispiega il presente fatto di accettazione, redenzione, solida causalità, provvidenza imperscrutabile e sicura, e risoluto volere».

   Chiudo invitando il gentile pubblico ad acquistare non una copia, ma almeno due, di questo libro che tocca corpo, anima e spirito, da donare alla persona più cara, a colui o colei con cui si condividono sogni, affetti, ideali. Grazie!

                                                                      Giuseppe A. Spadaro