Lo scirocco e il mare

[…]

Frida ogni tanto rallenta perché l’idea di sembrare la zita di Fateh stasera non gli dispiace. Serve quantomeno a placare il suo cronico mal di pancia. Le sta giusto venendo una bella colica, di quelle toste. Chissà, magari un autista!, una di quelle tipiche spremute d’agrumi preparate in chioschetti improvvisati agli angoli delle strade di Palermo – lambrette, pani cu a mièusa, stigghioli, panelle, pizze – dentro cui all’ultimo momento s’aggiunge un cucchiaino di bicarbonato: produce una schiuma così copiosa! Va bevuta subito, d’un solo fiato. Dopo di che è impossibile non ruttare.

Fateh è un’occasione colta al volo, un tentativo di cambiare in extremis il destino di una giornata inutile. Lui in fondo le ha sempre mostrato una certa attenzione, chiamiamola amichevole, ma lei non le ha mai dato l’importanza di stasera.
“Hai visto il Biondo?, sospira Fateh.
“Biondo come a te.
“Biondo come il teatro.

Fateh sembra inseguire pensieri talmente seri da non fargli apprezzare l’ironia tuttosommato giocosa di Frida, che lo chiama biondo in contrasto con la sua pelle olivastra e i capelli castano scuri…

“E che ne so io che ti piace il teatro?, sorride Frida, mentre la colica sembra placarsi.
“Chi va a teatro vuole dire che se lo può permettere, e se se lo può permettere vuole dire che tanti problemi non ce li ha.
“Che dici?
“Dico che mi piacerebbe andare a teatro come ci vanno loro.
“Loro chi?
“Loro: i palermitani, i siciliani.
“E perché non ci vai?
“Bisogna pagare il biglietto.
“Fateh, ma quanto può costare un biglietto?, una volta ogni tanto!
“Oh, quello del botteghino non costa molto. Se fosse solo una questione di pagare quel biglietto!… Ci andrei ogni giorno.
“Ma quanti biglietti bisogna pagare?
Fateh la guarda con tenerezza, mantenendosi nei suoi pensieri.
“Senti, Fateh, non è che mi stai facendo tutti questi discorsi perché ti sei pentito di portarmi a mangiare? Guarda che non ci metto nulla ad andarmene a casa e a cucinarmi un piatto di pasta. Ci sarebbe pure per te, se vuoi.
“Tu non ti fidi di me.
“Ma unni mi sta’purtannu, si po sapiri?
“Ti piacerebbe se ti portassi con me … a teatro?
Frida si ferma di scatto, controllando una nuova fitta allo stomaco.
“Che hai, Frida: ti senti male?
“Niente, non ti preoccupare, gli dice Frida guardandolo con strani occhi. […]

* * * * * * * * * *

No, il fatto è che …
“Mi hai costretta a non dormire per un sacco di tempo. Mi stavi sempre addosso, giorno e notte”, disse lei, inopinata, vomitando lì per lì le parole che nascondevano ben altro. Chissà cosa. Lui non sembrava affatto disposto ad accettarlo, qualunque cosa fosse. E pensò che probabilmente era già tutto finito da un pezzo, ma non voleva ammetterlo. Ricordava spesso quella famosa canzone di Elvis Presley più o meno tradotta in italiano: “È finita così, senza un vero perché …” Ma ora sembrava volersene dimenticare per non dare spazio al dolore che inevitabilmente provava, malgrado tentasse disperatamente di non rinunciare alla sua dignità. Non era convinto di riuscirci. Per questo si nascondeva ancora di più nella sua inconsapevole creatività. Per questo, all’apparenza distratto, le disse:

“Davvero? Sono stato proprio io a non farti dormire?” Così le disse, come a farsi carico di responsabilità che non gli competevano, le responsabilità del padre che ancora non era, del padre che comunque non gli riguardava essere.
“Anch’io l’ho permesso. Per questo sono arrabbiata”, disse lei, con quel tono da professorina di Sondrio che non ammette repliche, depositaria dell’unico sapere possibile, la personificazione del sapere!

“Arrabbiata con me?”, disse lui, pensando che sarebbe stato meglio in quel momento bere un po’ d’acqua dalla bottiglia che teneva sul pavimento accanto il letto, per fare qualcosa che gli impedisse comunque di parlare, qualcosa che lo avesse messo momentaneamente in stand by, dato che avvertiva dirompente l’inconscio salirgli su per l’esofago, sotto forma di rutti acidi incontrollabili e prepotenti.

“Arrabbiata con me”, disse lei, come aver trovato una formula grandiosamente incontrovertibile.
“Sembra un gioco di parole”, disse lui, trattenendo una irrefrenabile apatia difensiva. “Io ho fatto delle rinunce”, aggiunse. Forse voleva giustificare a sé stesso il suo fallimento. “Ho rinunciato a tutto per stare con te”, disse, quasi definitivamente.
“Sembra un gioco di parole”, disse lei, rimarcando senza accorgersene le parole di lui, smascherando così la sua innata, deteriore inclinazione per l’insegnamento in un’anonima scuola di Sondrio. Ah, la Lombardia!

[…]

Brani tratti dal romanzo
di Salvatore Nocera Bracco
“Lo scirocco e il mare”