Luoghi dissolti

     LUOGHI DISSOLTI: LE OPERE DI ALESSIA CONTINO

     Avviando una riflessione sullo specifico dell’arte pittorica di Alessia Contino  si può muovere da una affermazione di Stendhal contenuta nella sua celebre Histoire de la peinture en Italie, testo scritto nel 1812 e poi pubblicato nel 1817. Trattando dell’uomo del rinascimento e tematizzando la pittura michelangiolesca, Marie-Henry Beyle scriveva:

     “E’ in virtù del cuore ed in virtù della forza interiore che gli uomini di quei tempi ci lasciano indietro così distanti. Noi distinguiamo meglio il cammino da seguire, ma la vecchiaia ha ghiacciato le nostre gambe”[1].

     Perché esordire attraverso un riferimento al rinascimento italiano, risulterà chiaro tenendo in considerazione il percorso di formazione dell’artista.

Alessia oggi insegna all’Accademia di Belle Arti ma coltiva attivamente una passione creativa che la spinge a cercare attivamente i propri riferimenti, le coordinate del proprio lavoro.

Raffaello, su tutti, rimane l’autore che la attrae, come tutto il milieu culturale fiorente di quegli anni centrali non solo per la storia dell’arte ma anche per la cultura e per l’etica. L’uomo rinascimentale si affranca dall’oscurantismo imperante, richiede principi più chiari  cui poter riferirsi nel proprio abitare il mondo, vivere la natura e coltivare l’arte e la scienza. Orientamenti con validità universale che possano farsi garanti anche di un più libero rapporto alla trascendenza cui l’umano animo naturalmente aspira.  

Ma ci troviamo ancora, come asseriva Stendhal, lontani e alle spalle dell’uomo e della donna rinascimentali? Siamo in tutto timidi spettatori passivamente coinvolti o pallidi imitatori di ciò che è passato e che attira nostalgica e un po’ falsamente invidiosa ammirazione?

Se la risposta a tale domanda è no, e non lo si può negare, rimane il dato di fatto che rispetto all’età ottocentesca in cui scrive Stendhal non è più la vecchiaia a gelare (glacer) le nostre gambe, ma l’immobilismo generale pronto a rendere ogni nuova risorsa preda del pantano usuale, delle consuetudini, delle arti ufficiali e del profitto, e quindi della mercificazione e delle etichette: si giunge sino al voler piegare anche le manifestazioni creative più originali all’interno del circuito massificato dei consumi.

Richard Wagner, il noto musicista, nel suo Arte e rivoluzione scriveva:

“Solo gli uomini (e le donne) forti conoscono l’amore, solo l’amore comprende la bellezza, solo la bellezza crea l’arte”[2].

     Alessia è una donna forte e così, trovata la risposta al primo monito stendhaliano dal quale abbiamo preso le mosse, aggiungiamo che solo dall’amore e dall’amore per l’arte stessa, trae ciò che possiamo ammirare: l’attrazione per la propria terra, per i propri luoghi, il ritorno presso figure e oggetti che incontra lungo il proprio percorso intimo. Itinerario dell’anima che si fa, ed in modo costante, fonte di comunicazione ed invito alla riscoperta di tradizioni che hanno dalla loro parte la ricchezza dei vissuti più disparati e la saggezza dei millenni.

        Quest’arte diviene anche e soprattutto invito a rivivere quegli stessi “luoghi” secondo il segno di una passione che è espressività diretta e consapevolezza del mutamento.  Se per un verso, ha quindi senso riprendere i temi delle grandi correnti artistiche presentando i suoi lavori, per altro l’esigenza di tentare una risposta all’immobilismo dei nostri tempi rispetto al fatto artistico, ma anche scientifico ed etico in senso lato, invita a dirigerci verso l’accentuazione della singolarità biografica, della verità della pulsione creativa data nel suo valore unico ed irripetibile. Quest’ultimo viene reso reale dall’interazione che promuove con chi assiste e che, così facendo, partecipa positivamente allo specifico dell’atto creativo: non si può e non si deve pretendere, quindi, una corrispondenza esatta rispetto ai criteri “saccenti” di chi di volta in volta (per non dire sempre e in ogni luogo) si ritiene in possesso del vero riguardo ora all’arte, ora alla scienza, ora alla vita civile etc.

La manifestazione creativa nel suo manifestarsi conserva un’imprescindibile dato individuale che porta traccia della personalità specifica, dei suoi modi, delle tinte stesse del carattere, in un parola, della storia che ciascuno è.

      Transitando dalle peculiarità dell’astrattismo fino a giungere alle forme mimetiche impressioniste, con un richiamo tangibile ad una modalità tipica dell’espressionismo (dove però il tratto diviene tenue e il contorno docile alla vista), veniamo stimolati, paradossalmente ed in virtù della forza delle immagini stesse, a lasciare in secondo piano il livello culturale di riferimento per poter apprezzare l’opera.

     Se è vero, in conclusione, che questa risulta “leggibile”, in senso universale e quasi sempre, alla luce della storia, è altrettanto evidente come il destinatario appartenga, lui stesso, al medesimo sfondo di riferimento: ragione per la quale è sempre e comunque al fruitore, nella massima libertà espressiva, – elemento cui Alessia è mirabilmente capace di stimolarci – che spetta l’apprezzamento e la valorizzazione.  

Seguirla nell’espressività peculiare che dà forma alla sua arte pittorica, significa ricavare uno spazio ulteriore per la riflessione su noi stessi, sugli spazi che abitiamo, e sui volti che siamo. Tra contorni fluttuanti e colori che ora sposano in pieno l’effetto del reale, ora lo trasmutano curvandone il senso verso l’ambito proprio dell’immaginazione e dell’immaginario, si è sospinti ad abbandonare per un attimo l’incisività dei ritmi consueti per soffermarsi su particolari e prospettive note, ma sui quali manca il fuoco della consapevolezza.

Alessia segue ed utilizza le tecniche più disparate: predilige l’olio e tuttavia riesce ad ottenere il massimo da qualunque materiale utilizzato: i colori e lo stile sono caratterizzati da dissoluzioni che conferiscono all’elemento statico dei paesaggi e dei soggetti sia l’impronta  della vita in movimento che la dimensione caotica cui l’umano avverte l’incombenza – mai come oggi – al cospetto del presunto ordine del presunto dato realistico. Sopravviene in tal modo alla riflessione un legittimo dubbio circa la fondatezza della distinzione razionale tra “elemento artistico” ed “elemento naturale”: se concepiamo la creatività produttiva come componente umana fondamentale e non come eccezione che si riferisce a questa o quella circostanza più o meno casuale, voluta o scelta, possiamo facilmente, difatti, essere condotti a questa conclusione.

     In tal senso provando a riunire sinteticamente i tratti della variegata produzione della pittrice, tra le differenze e le varianti, tra le dimensioni comuni e quelle che conferiscono al tutto un senso superiore capace includerle all’interno di un medesimo orizzonte possibile, sento di poter dire di una pittura scandita da un incessante avvicinamento alla natura: un’arte che richiama più che ad un indirizzo artistico, o culturale che dir si voglia, a un dono, un grande dono naturale del quale Alessia, ci restituisce i frutti, stimolando per di più il nostro desiderio di conoscere e risvegliando la nostra voglia di creare.

Emanuele Enrico Mariani

[1] Stendhal, Histoire de la peinture en Italie, Éditions Gallimard, Paris 1996, p. 377.

[2] R. Wagner, Die Kunst und die Revolution, Otto Wigand Verlag, Leipzig 1849 (L’arte e la rivoluzione, trad. it. di N. Pennacchietti, Edizioni Fahrenheit, Roma 2003, p. 67).