Una nota critica

La pittura di Dolores Silveira

Se parlare dell’equilibrio in termini concettuali o prettamente razionali, al fine di chiarirne l’idea, può risultare “fatto” di una certa semplicità espressiva, al contrario rapportare l’idea di un bilanciamento degli elementi dal punto di vista della rappresentazione richiede, senza dubbio alcuno, una applicazione di formule che devono, gioco forza, chiamare in causa sia l’immaginazione che l’aspetto conoscitivo in senso lato, e ciò impegnandone le capacità più svariate.

Difatti, nel primo caso – ossia quando cerchiamo di rendere semplicemente a parole una qualsivoglia idea di equilibrio – basterà, da un punto di vista pratico, accennare ad un principio di “bipolarità eguale” nella distribuzione delle forze, delle istanze etiche, degli impulsi, delle attitudini o delle passioni. Quando trasferiamo la nostra impresa al livello della rappresentazione – creazione pittorica, immagine, rappresentazione figurativa in senso lato – siamo costretti invece a chiarire, attraverso molteplici elementi di analisi, come tale istanza di bilanciamento possa essere veicolata da ciò che si mostra. 

Attraverso tale preambolo, traggo spunto per dire come sia proprio l’istanza “equilibrio” la caratteristica dei lavori di Dolores Silveira. Tale elemento peculiare, se ben compreso, non può non condurre alla constatazione della delicatezza determinata dai toni che si coniuga con la decisione dei tratti; gli effluvi di colore, nei paesaggi soprattutto, richiamano ad una via mediana, riguardante la tecnica, che è destinata a collocarsi tra una sorta di puntinato e la pennellata secca. Ciò in modo che le unità di forma e oggettuali si staglino come all’interno di prospettive diverse e distinte, ma facendo ancora parte di una dimensione unitaria non garantita semplicemente dall’insieme visivo.

Dolores, per riuscire in quest’atto, attraversa gran parte delle tecniche rappresentative e raggiunge il coinvolgimento dell’osservatore attraverso un modus abbracciante della figura: stavolta sono le linee a curvarsi in un dolce turbine a spirale che non esclude lo “spettatore” ormai incluso, nel sentimento come nella proiezione raffigurativa, nel cuore dell’opera. A tal riguardo ricordo come esempio la SagradaSagada Familia Familia. Qui l’autrice mette in moto, sapientemente, questa forma avvolgente di creazione, veicolandola per di più attraverso colori caldi, vicini alla terra e al mondo, proprio mentre ne affronta il lato contraddittoriamente trascendente. In tal modo il divario, tutto ideativo, tra il dato fattuale e l’oltremondano, nell’evocazione prossima del Divino, svanisce dietro il semplice fatto dell’amore che chiaramente chiama “me” e “te”, “Lui” e “Lei”, a prendervi parte attiva.

“Si tratterà pure di sensazioni soggettive”, si potrebbe obiettare, se non fosse che la libertà di interpretazione nella lettura dei significati va di pari passo con la grandezza espressiva di un’opera, ovverossia proprio se questa si mostra capace di stimolare e suscitare sensazioni molto differenti tra loro. Ma lo stacco stesso tra soggetto e oggetto è già messo in dubbio dall’immagine, nello sporgere degli oli, che fanno proprio il ricordo evocativo di una terra lontana. Terra antica ma recentissima nella memoria dell’artista, tanto che il sentire altrui si ritrova, attraverso la pacata quiete dei timbri cromatici e delle figure, ad essere positivamente coinvolto al di qua della cornice.

Tanto gli aspetti della natura, terreni e acquatici, quanto quelli dello spirito trovano la loro attenta celebrazione, ma stagliandosi su sfondi immaginifici le cui figure sono ritagliate come in dei flash subitanei che inutilmente potremmo cercare di re-individuare nel reale senza l’addizione – oserei dire automatica – di un elemento onirico e immaginativo comune. Ciò per chiarire come, rappresentando il procedere stesso del pensare per immagini, la Silveira ci restituisca non il “fatto” reale o concreto, ma il suo aspetto universale già segnato dalla fantasia reale e in atto. A testimonianza di ciò stanno le scelte cromatiche dell’autrice e la disposizione irregolare, ma mai smisurata, degli spazi, il leggero ondeggiare delle linee fino a giungere alla certosina precisione del dettaglio.

L’aspetto formale della simmetria diviene, attraverso questa dimensione creativa, spirito di equilibrio e giustizia concreta, ma su sfondi che conoscono tanto la distorsione quanto la poliedrica e molteplice esistenza del mondo. L’avvicinarsi reciproco all’altro, o meglio, lo stare veramente insieme con l’altro, diviene operazione di messa a  fuoco, e scaturigine, di una nuova, riappacificata, moltitudine e pluralità.

Il contenuto si offre nell’immediatezza proprio nello stesso istante in cui lo sguardo diretto alla tela è guidato verso una migrazione che lo sospinge da un contorno all’altro, da un colore a un dettaglio. In tal modo viene invertito l’ordine interpretativo di elementi che paiono inequivocabilmente rivendicare valenza parziale e complessiva ad un tempo all’interno dell’insieme.

Seguendo da presso la stessa forza immane della natura, Dolores ne rappresenta il carattere alternando i toni del declino a quelli del giorno, la sua realtà de-formante a quella schietta, forte e solare, il suo roccioso scosceso alla quiete, dolce, delle acque. Se un che di inquietante emerge nell’elemento ancestrale ridonato alla figura e riprodotto nelle unità cangianti, questo finisce sempre per sposarsi armonicamente con quella forma primigenia e diretta di esperienza che l’autrice evoca: il luogo della vita individuato come “natura” che trascorre nel tempo e attraverso il tempo. Un luogo che richiama, ancora una volta in equilibrio tra semplicità espressiva e complessità dei temi, ad un insieme valoriale che inaspettatamente e con meraviglia ci conduce, al di là di un unico senso, verso l’ampiezza della luce.    

Emanuele Enrico Mariani