Uno spettacolo infame

Brani liberamente tratti da
“SCORIE”
uno spettacolo infame
di Salvatore Nocera Bracco
(monologo)

“Senso o non senso?
Questo è il dissenso.”
(L’altro me)

 

 

[…]

1. (recuperando frasi e ragionamenti sparsi qua e là, nel suo cervello sociale)

Cosa rimane di un uomo che ha vissuto male? Una fottuta paura di smascherarsi. Prima di sera si stende sul letto e aspetta la mattina come ogni giorno.

Papà pepè pipì popò pupù puttana porco piattola pustola putridume pattume pretesa polemica politica … Già: le parole per “p” mi hanno sempre fatto un bell’effetto. Anche la parola “parola”. Tutto il resto rimane solamente “possibile”. E altre “p” sono inutili. “Psicanalisi”, per esempio. E anche “perché”. Ho provato a pormi il problema, poi, però! …

Non sono qui per dare spiegazioni.

Uno sfogo senza nessun particolare significato: SCORIE, di cui ogni tanto conviene liberarsi. Un inizio?

“La storia, è questo canestro di scorie miserrime,
casualissime, di un possibile già accaduto.” (C. B.)

Per cui trovarsi qui o da un’altra parte è la stessa cosa: non ci sono scelte possibili.

Mi agito – oppure mi blocco – così, all’improvviso, per lunghi periodi in cui perdo il tempo, e sospendo le emozioni: epilettico, in una forma intima, nascosta, segreta.

La morte sopravviene in chi si agita troppo o in chi sta troppo fermo. Per esaurimento di scorte o per inedia. Cosa cambia?

Ci vorrebbe la solita via di mezzo: il dormiveglia, l’apertura di un passaggio, come il Mar Rosso: qualcosa si apre all’improvviso dalla parte della veglia, vi si entra dentro, e altrettanto all’improvviso qualcosa si chiude, dalla parte del sonno. È una dimensione molto piacevole. Non si tratta necessariamente di cose belle, ma nemmeno di cose troppo brutte: quelle di solito rimangono ben ancorate in qualche angolo sorvegliatissimo e remoto della nostra interiorità, quasi irraggiungibile.
Nel dormiveglia galleggia il non ancora definito, i significati, le esperienze, i messaggi subliminali appena trascorsi, fluttuanti nella coscienza, in attesa di cristallizzarsi o volatilizzarsi, comunque di agire indisturbati o suscitare fastidio, di provocare liberazioni o al contrario stereotipie.
Il dormiveglia è il luogo di mezzo, la membrana multidimensionale in cui conscio e inconscio convergono, si scontrano, producono immagini, reminiscenze, sensazioni, insight, consapevolezze. Una mente creativa sa allenarsi a rimanere in questo stato, sa mantenere aperto il passaggio mentre registra, scrive, fissa in qualche modo le cose più interessanti e originali, per ricordarsene poi, recuperarle, lavorarci su, trasformarle. Dopo avere sperimentato questa dimensione, per la mente creativa diventa quasi un processo necessario e vitale ricercarla e permanerci, in una specie di delirio di dipendenza nel quale cogliere continuamente novità, e se per caso qualcosa gli sfugge, se qualcosa ritorna nell’informe e si dissolve, ne prova una sensazione sgradevolissima, come un’opportunità totalmente persa e cancellata dalla memoria, irrecuperabile, come se una parte di sé si disgregasse nel nulla, e non potesse mai più esprimersi.

[…]

E. Il tempo

L’ora suona sempre. E il tempo passa.
L’ora suona passa e il tempo.
Suona l’ora e il passa tempo.
Suona e passa l’ora e il tempo.
Suona e passa il tempo ora.
Suona ora e passa, tempo!
Ma perché suona l’ora, non passa il tempo?
Se il tempo passa, l’ora suona.
Suona l’ora del tempo che passa.
Passa ora, che il tempo suona.
Suona tempo, che l’ora passa.
Passa suona tempo ora.
Tempo che passa suona ch’è ora.
Ora che suona l’ora del passatempo il tempo passa.
Passa il tempo dell’ora che suona il tempo che passa.
Ora che passa il tempo suona l’ora del tempo che passa.
È un passatempo il suono dell’ora che passa di ora in ora.
Ora che l’ora suona passa il tempo che passa.
Ora che passa l’ora suona.
Ora, che passa l’ora, suona.
Ora che, passa l’ora, suona.
Ora che passa l’ora, suona.
Ora, che passa l’ora, suona.
Ora, che passa l’ora suona.
Ora che passa, l’ora, suona!
Ecc.

[…]